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Alla fine…

Così sono arrivata alla fine del percorso di Didattica della Mmtematica. Non vorrei scrivere molto a proposito, perchè sono tante le conoscenze (o meglio competenze) che mi porto con me. Tre soli aggettivi voglio utilizzare: stimolante, impegnativo, interessante. Un grande traguardo credo di averlo raggiunto: nuovi occhi davvero sul mondo matematico esplorato con il prof. Lariccia in questi anni…

Un grazie a chi incontrato lungo la strada tra le interviste, un grazie alla disponibilità di tutti e un grazie a un gruppo di “api operose” che “ronzano”  per la Cattolica insieme a me!

Vi confesso che ho cambiato molte volte la “faccia” del mio blog: in fondo è bello sperimentarsi sulla possibilità di provare e riprovare. Giunta alla fine del percorso, decido di chiudere il mio blog con la versione definitiva che potete osservare.

Questa l’ultima procedura di creazione:

– scelta del tema Spectrum, individuato l’elenco dei temi a disposizione;

– personalizzazione della testata con immagine personalizzata: scelgo una foto individuata nel web rappresentante un pc portatile che, emana, fasci di luce che si espandono nelle diverse direzioni. E’ l’immagine che ben rappresenta il mio percorso svolto per l’esame: anche dall’informatica e dal percorso svolto ho imparato ancora qualcosa di nuovo, una volta aperto il mio computer.

– scelta molto essenziale dei Widget: quest’anno ho collocato quelli necessari: articoli, suddivisi nelle due categorie di approfondimenti e riflessioni personali, articoli recenti e il mio immmancabile Gravatar che mi ha accompagnato in tutto il percorso nei miei tre esami!

 

Il lavoro di gruppo “Usabilità e Interfaccia” realizzato per l’esame negli scorsi giorni è stato davvero affascinante! Ci ha permesso davvero di “scoprire” il due concetti di fondo proprio secondo la logica dell’imparare facendo!

Il primo motivo del nostro entusiasmo: l’incontro con l’artista degli oggetti impossibili Carelman! Osservare gli oggetti del suo catalogo è stata davvero un’esperienza davvero divertente, ma anche molto interessante! Siamo rimaste stupite dalla genialità di questo artista, che ha saputo creare arte nell’assurdo! Siamo rimaste ore a osservare e immagini e disegni presenti sul web! Ognuno ci colpiva a suo modo  e non sapevamo quale inserire dentro il nostro lavoro: alla fine abbiamo deciso di esporre “The triple boom”! La scopa a tre…e ci siamo interrogate molto sul fatto del suo utilizzo per capire, poi, che non poteva rispettare la funzione di una qualsiasi normale scopa, cioè spazzare!

Il secondo motivo del nostro entusiasmo: creare il nostro oggetto impossibile a scuola! Ci sono venute davvero molte idee a proposito..il problema è stato realizzare il nostro disegno..Non diciamo cosa abbiamo creato: così sarete spinti a guardare il nostro lavoro su Wikispaces! Abbiamo usato un programma molto semplice come Paint: un po’ ragionando come i bambini, cercando di ottimizzare gli strumenti che avevamo a disposizione.

Creare l’interfaccia del cellulare è stato altrettano interressante: abbiamo deciso di utilizzare il mio cellulare Samsung GT-S5230 che avevamo a nostra portata. Così sperimentando sulla sua interfaccia, l’abbiamo descritta e creata con Cmap.

Infine abbiamo creato l’interfaccia di un sito per bambini! Lavoro davvero stimolante, anche pechè ci ha permesso di fermarci e di riflettere sulla qualità di molti siti per bambini circolanti nel web. Abbiamo, alla fine, optato per il sito “La nave di Clo”, un simpatico Topolino che viaggia su una nave. La grafica è davvero accattivante, l’interfaccia davvero semplice e “amichevole” nel suo utilizzo. Anche i contneuti sono molto interessanti, proponendo giochi e attività interessanti sul piano educativo e anche didattico.  Infatti scopriamo che il sito è stato dichiarato tra i migliori presenti in internet. Molto interessante è la parte relativa alla community: i bambini hanno la possibilità di poter accedere e diventare marinai della nave, scrivendo insieme al topo Clo il diario di bordo.

Sono anch’io ormai alfabetizzata alla realtà del Web 2.0 e dopo, alcune resistenze inziali, faccio orami parte del grande mondo dei social network!

Cerchiamo di capire cosa sia il Social Network utilizzando le informazioni che troviamo in wikipedia:

Un servizio di rete sociale, o servizio di social network, consiste in una struttura informatica che gestisce nel Web  le reti basate su relazioni sociali. La struttura è identificata per mezzo di un sito web di riferimento del social network.

Per entrare a far parte di una rete sociale online occorre costruire il proprio profilo personale, partendo da informazioni come il proprio indirizzo email fino ad arrivare agli interessi e alle passioni (utili per le aree “amicizia” e “amore”), alle esperienze di lavoro passate e relative referenze (informazioni necessarie per il profilo “lavoro”).

A questo punto è possibile invitare i propri amici a far parte della propria rete, i quali a loro volta possono fare lo stesso, cosicché ci si trova ad allargare la cerchia di contatti con gli amici degli amici e così via, idealmente fino a comprendere tutta la popolazione del mondo.

Diventa quindi possibile costituire delle comunità tematiche in base alle proprie passioni o aree di affari, aggregando ad esse altri utenti e stringendo contatti di amicizia o di affari.

Numerose sono le possibilità che il social network ci propone oggi:

– amplifica la nostra possibilità di relazione sociale entrando in una forma di contatto permanente e in una socialità diffusa e continua;

–  supera la struttura di comunicazione rigida del sms per creare situazioni di comunicazione aperta e molteplice;

– consente una presenza multipla: posso marcare il territorio circolando nelle diverse piattaforme, anche senza essere necessariamente sempre presente;

–  permette di costuire e di prendere parte a numerose comunità, che possono diventare spazi di confronto, luogo di svago e di coltivazione di interessi comuni. E’ il gruppo che diventa da apomediation, perchè funge da rinforzo con il suo apporto e commento;

– viviamo l’esperienza di virtualizzazione dell’identità: il mio sè si amplifica, non è più contenuto nel web, si può sperimentare indossando nuove maschere.

Non mancano sicuramente limiti: l’estrema visibilità e dell’eccessiva condivisione di parti di sè, l’esperienza non controllata del download e dell’upload che spesso effettuiamo in modo inconsapevole senza considerare i rischi e i pericoli di far circolare la propria immagine nel web.

Si parla addirittura di cyber-bullismo, come   forme di aggressioni volontarie e ripetute nel tempo condotte attraverso i media: si molesta la persona recuperando i suoi dati provati, si fanno circolare foto, video che ridicolizzano, si esclude con un kick qualcuno dal gruppo. Il tutto avviene nell’ anonimato, di fronte ad un pubblico infinito come l’intero web, contro cui è difficile difendersi.

E’ importante, allora, non essere consumatori ingenui per evitare i possibili pericoli insiti nel Web e per poter vivere a fondo l’esperienza del social network, ormai diventato qualcosa di più di un semplice strumento di comunicazione, ma un dispositivo che ha a che fare con la nostra identità!

Dopo la riflessione, vi lascio anche una curiosità: sono andata a vedere quanti social network esistono nel mondo: mi sono davvero stupita del numero di piattaforme a cui possiamo connetterci!  Scopro che il più grande social network del pianeta è QQ, domina in Cina  con  300 milioni di utenti!

Link di riferimento: http://www.vincos.it/2011/06/13/la-mappa-dei-social-network-nel-mondo-giugno-2011/

Dobbiamo tornare piuttosto indietro nel tempo per scoprire la nascita dell’ipertesto, più precisamente nel 1945. In quegli anni Vannevar Bush immaginava il primo sistema ipertestuale nel suo saggio “As we may think”. Bush proponeva il progetto di una macchina, chiamamta Memex, che doveva funzionare in modo simile ad una mente umana, consentendo di stabilire associazioni all’interno di materiale enciclopedico. Da ogni elemento era possibile passare a qualche altra informazione, secondo una pista tracciata da colui che ricercava infromazioni all’interno di materiale disponibile. Ma il progetto si basava sulla tecnologia limitata del tempo (microfilm, tastiere, leve e bottoni) e il prototipo non fu in realtà mai realizzato.

E’ il 1965 e Nelson conia il termine di ipertesto, come “forme non sequenziali di scrittura congiunta tramite coollegamenti”. Definito, inoltre, come come “mezzo per pensare e comunicare”, diventa quell'”ambiente in cui poter strutturare un percorso ramificato creando legami tra tipi di informazione” (Calvani). L’ipertesto è un testo non lineare, ovvero un insieme di informazioni non collegate tra loro secondo una stretta sequenza ma in modo reticolare.
Ogni “lettore”, a differenza di quanto accade di fronte ad un testo, ha quindi la possibilità di seguire un diverso percorso di lettura, generalmente sulla base delle opzioni previste dall’autore.
L’esplorazione dei contenuti da parte del lettore viene detta navigazione.
L’insieme dei rimandi tra le informazioni può essere definito struttura ipertestuale.
Si parla di struttura ipertestuale pura quando ogni informazione può essere collegata a qualsiasi altra informazione senza che si individuino delle gerarchie. Si parla di struttura ipertestuale gerarchica quando il reticolo dei rimandi individua tipologie diverse di informazioni, ad esempio informazioni con un diverso grado di approfondimento. Si parla di struttura ipertestuale semigerarchica quando, pur in presenza di differenze tipologiche tra le informazioni contenute nell’ipertesto sono possibili collegamenti trasversali.

Arriviamo agli anni 90 e vediamo il passaggio dall’ipertesto all’ipermedia: è l’informazione multimediale che viene ora gestita dai metodi e dalle tecniche dell’ipertesto. Ora le associazioni non avvengono attraverso elementi linguisitici, o per lo meno non solo, ma anche con altri sistemi simbolici (suono, grafica, immagine statica, immagine in movimento, animazione). L’ipermedia è una forma di organizzazione non lineare di informazioni proveniente dai diversi media. E nel più grande ipermedia ci stiamo ora navigando!

I vantaggi nell’uso didattico dell’ipermedia sono davvero molteplici: accessibilità rapida di informazioni, possibilità di ripercorrere la conoscenza e la struttura della conoscenza con il backtracking (tornare sui propri passi), possibilità di favorire un modo di pensare associativo, complesso e personale dentro strumenti modulari e plastici, relazioni dentro ambienti non direttivi, dove poter scegliere e mantenere un controllo sul proprio apprendimento.

Ma la grande forza didattica dello strumento non sta solo nel proporre ipertesti dentro il contesto dell’aula, quanto nel saperli creare e produrre. L’ipertesto, come ci insegna Varisco, diventa una grande palestra di lavoro cooperativo in cui si impara a negoziare e condividere, ambienti dove s’impra facendo e discutendo riconoscendosi in un unico grande prodotto finale che nasce dalla collaborazione di tutti, senza escludere nessuno.

L’ipertesto ha, in questo senso, una forte valenza sul piano sia didattico che educativo, quale sia il risultato. L’attenzione dell’insegnante non deve rimanere escusivamente sul prodotto, non bisogna farsi prendere dalla preoccupazione e dalla smania di ottenere prodotti simili a quelli sul mercato. L’attenzione va posta sui processi di pianificazione del lavoro comune e di ricerca  dei significati, che vede gli allievi portagonisti dei loro percorsi di apprendimento.

Lascio due interressanti links per chi intende cimentarsi in questa impresa: http://www.bibliolab.it/giobert/giobert4.htm

http://malpighi.altervista.org/ipertesti/ipdida/index.htm

Il lavoro di riflessione condotto sulle mie memorie e i miei supporti di memoria mi ha spinto a riflettere sull’importanza e sulla centralità del meccanismo del ricordare, che attuo inconsapevolemente nel corso della mia giornata.

E’ stato, prima di tutto, un interessante lavoro metacognitivo, importante per la mia crescita professionale come insegnante. L’approccio cognitivista e il maggior sostenitore della teoria metacognitiva, Flavell  hanno ben dimostrato l’importanza di vivere esperienze metacognitive: più sviluppo conoscenza sulle modalità di funzionamento della mia mente e più acquisisco abilità metacognitive, più ho la possibilità di divenire  un soggetto che “apprende ad apprendere”. Più sono consapevole del mio modo di funzionare sul piano cognitivo, più sarò in grado di migliorare le mie abilità di pianificazione, esecuzione, monitoraggio della mia attività cognitiva, più  divento strategicamente  esperto nel regolare e gestire il mio percorso di apprendimento. E questo lavoro l’ho davvero vissuto come orientato verso la metacognizione, perchè mi ha spinto a conoocermi rispetto ad una buona capacità di memoria, che in alcuni momenti si scopre nei suoi limiti e necessita di supporti esterni per poter ricordare.

Colgo, davvero, il rapporto che si istituisce tra la memoria e l’attività di pensiero: senza memoria non potrei davvero compiere nulla, non solo non ricorderei quello che mi attende durante la giornata, ma niente nella mia esistenza potrebbe partire. Vivrei ogni giorno come se fosse il primo giorno, tutto da apprendere, tutto da ricominciare da capo: schemi motori da sperimentare, semplici azioni e sequenze procedurali come svestirsi o lavarsi i denti sarebbero inconcepibili! Che grande archivio illimitato è la nostra memoria, davvero non quantificabile!

Nel lavoro ho analizzato non solo come funziona la mia memoria, ma mi sono trovata ad esplorare i  miei supporti di memoria. Mi stupisco di quanti supporti sto utilizzando in questo periodo della mia vita e dell’estrema necessità di avere sempre con me alcuni di questi strumenti. Certo alcuni sono legati all’obbligo professionale (penso al registro che utilizzo in classe), altri sono strumenti che mi permettono di lasciare tracce di memoria “forti” nel timore che col tempo le immagini possano sfuocare (penso alle foto scattate con la macchina digitale). Altri, invece, risultano essere estremamente indispensabili: penso all’agenda, che ho sempre nella borsa o al cellulare che è diventata negli anni la mia seconda agenda. Senza di essi mi sentirei davvero persa, la mia giornata non potrebbe partire, dominata dall’esigenza spesso “estrema” di incastrare tutti gli impegni di lavoro e di università in un tempo quotidiano che non sembra bastare mai.

Mi rendo conto del sovraccarico cognitivo della mente e del timore che provo spesso di correre il rischio di dimenticare scadenze, impegni davvero importanti e allora inizio a scrivere tutto, ogni minima cosa! Questa tecnica ha i suoi vantaggi (in fondo è tutto scritto, basta guardare e depennare), ma anche i suoi limiti: oltre l’ansia che si prova nel vedere la vita su una pagina d’agenda, per timore che la memoria “faccia cilecca” la mettiamo davvero nelle condizioni di farlo. Delegando all’agenda, non si fa pratica ed esercizio di memoria e saremo disposti a ricordare sempre meno…

Per fortuna che la psicologia ci aiuta e ci viene incontro, anzi ci stimola a ricordare sempre di più e sempre meglio, grazie alle mnemotecniche. Non si ricorda solo ripetendo ma usando anche strategie più intelligenti. Un metodo affascinante è il metodo dei loci: si associa un elenco di parole da ricordare a una serie di luoghi che incontriamo con ordine nei nostri percorsi quotidiani, come quello da casa al lavoro. Io l’ho provato e devo dire che funziona. Così la memoria può rimettersi in gioco!

L’errore di fondo è che il “software abbastanza buono” di rado è abbastanza buono. È invece la triste manifestazione dei tempi moderni, in cui l’orgoglio degli individui per il loro lavoro è diventato raro. L’idea che si debba trarre soddisfazione dal successo del proprio lavoro, perché quel lavoro è geniale, bello, o semplicemente piacevole, è stata col tempo ridicolizzata. Solo il successo economico, il riconoscimento in denaro è accettabile. Quindi le nostre occupazioni diventano dei semplici “lavori”. Ma la qualità dei prodotti può essere ottenuta solo attraverso la soddisfazione personale, la dedizione ed il piacere di fare. Nella nostra professione, precisione e perfezione non sono un lusso di cui si può fare a meno, ma una pura necessità. (Niklaus Wirth)

Niklaus Wirth è nato nel 1934 a Winterthur in Svizzera. Progettista del linguaggio Pascal, il suo lavoro ha avuto un enorme impatto sia sull’insegnamento e la ricerca, sia sulla pratica dello sviluppo del software.

Fai ciò che tu ritieni interessante, fai qualcosa che ti sembra divertente e che credi ne valga la pena, perché altrimenti non la faresti bene comunque. (Brian Kernighan)

Brian W. Kernighan è nato nel 1942 a Toronto. Il suo nome è celebre per aver scritto insieme a Dennis Ritchie il manuale di riferimento per il linguaggio di programmazione C. Ha sempre affermato di non avere contribuito alla progettazione del C language: “It’s entirely Dennis Ritchie’s work”. È il creatore del linguaggio Awk e di molti programmi Unix, come ad esempio troff. Attualmente insegna alla Princeton University.

Se è una idea buona, vai avanti e realizzala. È molto più facile chiedere scusa dopo, che chiedere il permesso prima. (Grace Hopper – La nonna del computer)

Il futuro offre ben poca speranza per quelli che aspettano che i nostri schiavi meccanici ci offrano un mondo in cui potremo riposarci senza pensare. Aiutarci possono, ma chiedendo moltissimo alla nostra onestà e intelligenza. Il mondo del futuro sarà una battaglia sempre più impegnativa contro le limitazioni della nostra intelligenza, non un’amaca confortevole su cui distenderci, serviti dai nostri schiavi meccanici. (Norbert Wiener)

Norbert Wiener (1894 – 1964) è il padre della cibernetica moderna. A lui si deve la scoperta del feedback.

…la scienza non è una collezione di fatti. È un vero scienziato chi è capace di collegare i fatti realizzando delle sintesi. Per fare questo non basta acquisire la conoscenza dei fatti; è anche necessario aggiungere il proprio pensiero creativo. (Jan Lukasiewicz)

Jan Lukasiewicz (1878 – 1956) è noto in tutto il mondo come uno dei più insigni logici del novecento. Ha introdotto la “Notazione inversa polacca”, che consente di scrivere le espressioni in maniera non ambigua senza fare uso di parentesi.

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